martedì 31 maggio 2016

LA GIUSTA SCARPA PER IL TRAILRUNNING



Lo so … abbiamo affrontato questo argomento centinaia di volte, ma sembra che non basti mai ! Rinfrescarlo servirà anche a fare un piccolo aggiornamento rispetto alle uscite dei nuovi prodotti e delle “nuove” ricerche,  sperando di non omettere qualche elemento, in questo caso mi aiuterete voi ad integrarlo.
Abbiamo a disposizione un incredibile scelta di calzature, tutte utilissime per fare trail in sicurezza e, visto il sempre crescente numero di atleti che si accingono a partecipare alle gare, magari trovare nel web articoli che trattino questo argomento, di sicuro farà piacere a molti.

Andiamo con ordine, per affrontare una gara o un allenamento di trailrunning bisognerebbe rendersi subito conto che il contesto in qui si sviluppa non è la strada e  non è sufficiente indossare un paio di comuni scarpe da running, la differenza prevalentemente sta tutta qui. Una buona calzatura può risolvere la maggior parte delle possibili variabili.
Affrontare per me oggi questo argomento non è più così semplice perché da circa un paio di anni ho abbracciato la “filosofia” (se così si può chiamare) del Natural Running o semplicemente del running, che  ha condizionato moltissimo la scelta sugli acquisti, in questo conteso cercherò di essere il più imparziale possibile.

Partiamo dal presupposto che ai nostri piedi poco servono delle calzature molto strutturate in quanto conservano tutto quello che madre natura ci ha voluto donare, cioè un capolavoro di elasticità ed ammortizzamento di cui nessuna scarpa è dotata. Oggi sappiamo benissimo che hanno perso molte della loro funzionalità causata dall’utilizzo intensivo di calzature non adatte e di conseguenza dovremmo proteggerli, sopratutto on trail.

L’importante che vi rendiate conto che non siamo alla ricerca di una scarpa anti-infortunistica, ma di un supporto di protezione per i nostri piedi, quindi cercherò di far passare il messaggio che la scarpa deve proteggere ma in alcun modo modificare la loro naturale mobilità e morfologia.
Qui di seguito alcuni aspetti di cui tener conto come guida per gli acquisti:

LA SUOLA: qui le aziende investono molto su mescole,  intagli  e tacchettature. Dovremmo dimenticarci del vecchio scarpone da montagna super tacchettato e pesantissimo, che stancava le nostre gambe e non permetteva alle nostre articolazioni inferiori di effettuare movimenti naturali. Quindi liberando finalmente la caviglia, permettendogli di avere una maggiore agilità nei movimenti e mantenendo parzialmente la tacchettatura originale, che permetta un rapido scarico dell’eventuale fango accumulato ed  una maggiore presa, si sono sviluppate delle calzature da trail di buon livello. Con l’esperienza non mi trovo pienamente d’accordo nell’utilizzare una calzatura troppo grippante, che pur vero permette una maggiore presa ma riduce di molto la superficie di aderenza su rocce bagnate  o sentieri particolarmente “lisi” dai molti passaggi. Personalmente prediligo suole che abbiano una tacchettatura appena accentuata che  permetta di aderire con tutta la superficie della scarpa al terreno, mi da più sicurezza. Dopo averle provate tutte, questa è la scelta che vorrei consigliarvi . Ovviamente non esiste ancora oggi una calzatura che garantisca la massima aderenza e sicurezza, una dote innata da equilibrista aiuterà i più predisposti.

LA TOMAIA,  sarà assolutamente inutile acquistare una scarpa “bassa” in gore -tex, in quanto l’acqua che non entrerà dalla tomaia, entrerà dal collarino per  poi ristagnare all’interno ! Se la tomaia è traspirante sarà sicuramente meglio, perchè permetterà una veloce eliminazione dell’acqua ed avrà una migliore traspirabilità e conseguentemente una rapida asciugatura anche della calza. Non abbiate timore che i vostri teneri piedi possano prendere freddo, perchè un piede in salute e in piena attività fisica si scalda parecchio e termoregola anche tutto il resto del corpo. Quando sentirete freddo ai piedi è perchè non si stanno muovendo a sufficienza o li avete completamente zuppi ! Quindi traspirazione, ed una giusta calza potrebbero essere una scelta oculata.

ALLOGGIAMENTO DEL PIEDE:  tenente conto che il piede deve godere della massima libertà nel muoversi, ricercate  calzature che abbiano spazio sufficiente per permettere alle dita dei piedi di muoversi anche per una questione circolatoria. Se riuscirete a reperirle, vi accorgerete fin dal primo utilizzo che le vostre gambe risulteranno un pò meno stanche e indolenzite. Questo è grazie alla libertà del piede che permetterà un migliore ritorno venoso. Quindi le calzature che hanno la “punta” che strizzano le dita o che fascino stringano troppo il piede,  non saranno adatte anche se esteticamente invogliano molto all’acquisto.
  

 DROP ZERO: una scarpa troppo sbilanciata in avanti non solo vi farà assumere una postura scorretta, ma avrete anche un appoggio scorretto in fase di atterraggio, questo col tempo potrebbe procurarvi fastidiosi dolori dovuti a possibili infiammazioni. In commercio, fortunatamente si incominciano a vedere calzature con questo tipo di livvelamento, la differenza fra la parte anteriore e posteriore dovrà risultare pari a zero.






AMMORTIZZAMENTO: quante volte ho sentito ripetere: “la scarpa più è ammortizzata meglio è” ! Parzialmente è vero, in quanto se si applicano schemi motori non esattamente adatti alla corsa, pare logico proteggere tutte quelle parti che andranno ad impattare col terreno in maniera decisa. Ricordatevi che durante la corsa, per l’effetto gravitazionale, il nostro peso corporeo si amplifica di molto e se non si adatta un tecnica di corsa corretta il famoso ammortizzamento diventerà indispensabile! Adesso vi aspetterete il consiglio supremo della migliore marca per risolvere definitivamente tale problema. Beh osservate i vostri piedi e vi accorgerete che l’ammortizzamento vi è stato “donato” da quando siete nati!

SOLETTE: generalmente quelle già inserite nella scarpa non hanno nessun elemento correttivo, meglio così aggiungo io, ma se siete maniaci di questo supporto cercatelo almeno che non impedisca il naturale movimento del piede. Un piede sano non ha bisogno di nessuna correzione…la supinazione è il naturale movimento del piede nella fase di atterraggio e non va corretto, come pure la pronazione. Diffidate da chi vi dirà, in una situazione di assoluta normalità, che avrete bisogno di supporti sotto l’arcata plantare! E’ sempre meglio rivolgersi ad un medico competente che conosca molto bene la bio – meccanica del piede.

ALLACCIATURA: ne abbiamo viste di tutti i colori e tipi, a circuito anti slacciatura, ma la classica stringa, allacciata nel modo corretto è sempre la soluzione migliore. Ovviamente non occorre stringerla fino al blocco della circolazione venosa, tanto un allentamento della allacciatura è facilmente percepibile e non fa perdere una grande quantità di tempo in gara, soprattutto se si tratta di una gara di trailrunning.

INTERSUOLA: e qui potrei attirarmi addosso l’ira dei commercianti e delle aziende del settore ! Un intersuola troppo alta è un pericolo a tutti gli effetti ! Più aumentiamo la distanza dal terreno più si alza la probabilità di cascare lateralmente dalle scarpe ! Un calzatura “oversize”, che a livello sensoriale offre molto comfort, in verità nasconde una insidia terribile. Essere isolati completamente dal terreno non solo non permette al piede di svolgere le funzioni naturali dell’articolazione del piede, ma potrebbe provocare importanti distorsioni a carico dell’articolazione della caviglia. Non addossatevi la colpa del fatto di aver preso una “storta” in quanto un atterraggio non troppo preciso è abbastanza usuale. Provate in casa a piedi scalzi a simulare l’abbattimento laterale della caviglia, noterete che sarà quasi impossibile e che con uno scatto vi ritroverete in posizione d’appoggio. Questo accade perchè sotto ai piedi non avete nulla, ma se ci aggiungerete un “canotto”, per via dell’altezza e della gravità, arriverete ad un punto di non ritorno, dove inesorabilmente vi troverete a toccare per terra il malleolo esterno… rifletteteci prima di spendere 150/200 € !

E per concludere… le calzature adatte al trailrunning sono moltissime e fighissime, ma andranno usate con moderazione, nella vita quotidiana vi consiglio di utilizzare calzature così dette “barefoot” che permettono un continuo utilizzo dei vostri piedi in maniera naturale, buttate le ciabatte che usate in casa e state scalzi il più possibile. Col tempo vi accorgerete che i vostri piedi si rinforzeranno. Percepirete una maggiore elasticità e successivamente troverete le classiche calzature da running inadatte per i vostri piedi, ma sopratutto capirete meglio quale sarà la calzatura più adatta per voi!!

Andrea Fergola
Istruttore Tecnico Nazionale di Trail Running Presidente Ergus Trail Team ASD








ALLENAMENTO E RECUPERO: LA SUPERCOMPENSAZIONE (Parte prima)

Nei precedenti articoli si è parlato di metodi e mezzi di allenamento, ma non si è fatto cenno ad una componente altrettanto fondamentale della performance sportiva, assolutamente necessaria: il recupero.In questa prima parte cercheremo di quantificare l’importanza del recupero e le scelte a disposizione di un coach per far recuperare il proprio atleta senza cadere nel disallenamento.Saranno dei micro-paragrafi a formare un macro-articolo, buona lettura!


Ho la fortuna di lavorare a contatto con diverse tipologie di atleti, differibili sia per disciplina praticata, sia per caratteristiche che per livello qualitativo, ma molto spesso mi sono accorto che uno dei minimi comuni denominatori, o punti di contatto, sia dato dalla maggiore difficoltà di un atleta nel comprendere quanto il recupero sia basilare per incrementare la propria prestazione. A dire il vero l’atleta di alto livello si conosce spesso in maniera profonda e pertanto il concetto di recupero per esso è un qualcosa di assimilato, ma come vedremo in seguito il recupero per atleti professionisti deve rispettare certi canoni che vedremo poi in seguito. Le maggiori difficoltà sono paradossalmente con atleti amatori o sportivi neofiti che, presi dall’entusiasmo, vedono il recupero come un freno alla loro crescita prestazionale, ma ovviamente non è affatto così.

LA SUPERCOMPENSAZIONE:
Comprendere il meccanismo della supercompensazione significa prendere coscienza di come la combinazione tra carico e recupero, con i giusti intervalli, sia basilare per ottenere un adattamento positivo. Se consideriamo l’allenamento come l’insieme degli adattamenti in risposta ad una successione di carichi, intervallati tra loro da un recupero, possiamo comprendere meglio tutto ciò che si leggerà da qui a seguire.
Fig.1: Esempio di adattamento negativo in seguito ad una successione di carichi impegnativi, intervallati da recupero incompleto. (Zetatraining)



Fig.2: Esempio di adattamento positivo in seguito ad una successione di carichi intervallati da recupero completo. (Zetatraining)

Le due rappresentazioni grafiche semplificano sicuramente il concetto di supercompensazione, cioè quel modello teorico in grado di meglio rappresentare il processo di adattamento in seguito a stimoli allenanti.Infatti l’allenamento crea uno stato di stress che altera l’omeostasi (stato di equilibrio dell’organismo) e porta alla comparsa della fatica, successivamente mediante il recupero ed i processi anabolici (che contrastano i processi catabolici della fatica), il ristabilimento dell’omeostasi, si giunge ad una fase di recupero delle energie: un adattamento positivo se il carico successivo viene proposto in seguito ad un recupero completo e corretto (fig.2), negativo se proposto in seguito ad un recupero incompleto (fig.1).

E’ chiaro come un continuo adattamento negativo rischi di portare all’overtraining (termine spesso abusato, di cui parleremo in un apposito capitolo), mentre un corretto piano di allenamento sia in grado di portare ad un adattamento positivo e quindi al miglioramento della performance sportiva.

UN MODELLO DI RECUPERO VALIDO PER TUTTI?
Ovviamente no!
Ogni soggetto sottoposto ad un carico esterno (volume, intensità, frequenza, densità) ha una risposta interna (carico interno) differente rispetto ad un altro, per questo è fondamentale conoscere oltre ai tempi di recupero “scientifici” in seguito a diversi tipi di allenamenti, anche e soprattutto il proprio atleta e prevedere la sua reazione “interna”.Riguardo appunto a ciò che la scienza dell’allenamento e la fisiologia hanno approfondito sul tema, conosciamo oggi il tempo necessario per recuperare un determinato lavoro, ma ovviamente questa conoscenza deve sempre mixarsi con la conoscenza del proprio atleta, sia a livello fisico che mentale.

Fig.re 4a-4b: Tempi di supercompensazione in funzione dello stimolo allenante. (Olbrecht, 2000) (Rappresentazione grafica tratta da “Triathlon”, cap.2 pag.45)

Ancora una volta penso che queste rappresentazioni grafiche possano aiutarvi a capire più di tante parole scritte, per cui non intendo dilungarmi troppo sull’argomento; voglio se mai focalizzare la vostra attenzione su un argomento ancora troppo spesso frutto di confusione da parte degli sportivi: il lattato ed il suo smaltimento.Chiariamolo una volta per tutte: il lattato viene eliminato nel giro di poche ore e solitamente in un arco temporale che va dai 30 ai 90’. Il dolore muscolare che un atleta prova a seguito di un allenamento molto intenso, nei giorni seguenti, non è ovviamente legato ad esso, bensì si tratta di DOMS (dolore muscolare tardivo), ed il fisioterapista di fiducia di InfinityRun Nicola Vermi ne ha trattato in un capitolo apposito(http://infinityrun.it/non-sempre-e-acido-lattico-ecco-alcuni-miti-da-sfatare-sui-muscoli/)pertanto vi rimando ad un’altra pagina del sito per approfondire l’argomento.

QUANDO LO STIMOLO NON E’ EFFICACE:
Fino ad ora avrete letto dei due casi agli antipodi tra loro di possibili adattamenti in seguito all’allenamento, ovvero di adattamento positivo e di adattamento negativo (anche grave con overtraining), ma spesso si assiste ad atleti il cui adattamento non cresce significativamente né decresce in maniera importante, in quanto tende a rimanere piuttosto stabile. Solitamente è questa la casistica del soggetto abituato per anni a seguire lo stesso schema di allenamento, che si trova a correre sempre con lo stesso ritmo, piuttosto che a non ridurre i tempi significativamente sulle salite di riferimento. La monotonia e l’eccessiva ripetitività sono nemiche dei processi di adattamento positivo, in quanto un piano di allenamento deve essere variabile, oltre che continuo, frequente, sistematico, individualizzato, graduale, specifico e godere della giusta alternanza tra carico e recupero.Un piano allenante che ha dato grandissimi risultati l’anno precedente, non è affatto detto né darà poi o ancora in seguito, la stagnazione della performance è uno dei principali nemici da combattere e spesso per farlo occorre avere il coraggio di cambiare, ovviamente unito alle competenze tecnico-scientifiche.

CONCLUSIONI:
In conclusione…l’argomento non è affatto concluso, ma proseguirà come anticipato in prefazione, toccando altri micro-argomenti: dalla fatica al sovrallenamento , dal tapering ad altre metodiche per favorire il recupero. E’ solo l’inizio di un vasto, vastissimo argomento…Continuate a leggerci e grazie dell’attenzione.


Davide Zecchi
Dott. in Scienze Motorie
www.zetatraining.itzetatraining@gmail.com

Fonte: InfinityRun






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lunedì 30 maggio 2016

TRAIL DEI 3 CASTELLI: UN AVVENIMENTO CHE FA RIFLETTERE



Quello che è accaduto domenica 15 maggio a Gemona e che ha scosso il mondo del trail, dovrebbe cominciare a far riflettere tutti coloro che, seguendo un trend, si improvvisano organizzatori di competizioni di trail running.

Colgo l’occasione dell’incidente che, viste le circostanze nessuno poteva evitare, per condividere la mia opinione su ciò che sta interessando il movimento di tale disciplina. Non punto il dito contro nessuno, tantomeno contro l’organizzazione del Trail dei 3 Castelli, ma ciò che purtroppo è successo durante quella gara, mi ha fornito il pretesto per fare la seguente riflessione.

Negli ultimi anni c’è stato un vero e proprio boom di runners che si sono avvicinati all’affascinante disciplina della corsa in ambiente e che, di conseguenza, hanno fatto incrementare il numero degli eventi ad essa dedicati. A mio avviso alcuni ne hanno approfittato, proponendo gare con lo scopo principale di lucrare economicamente e in termini di visibilità.

Il trail running non è una gara su strada, dove la relativa semplicità del contesto rendono l’organizzazione della manifestazione più semplice e, in caso di necessità, l’intervento più tempestivo e mirato. La montagna è per sua natura un ambiente impervio che esige rispetto, le condizioni metereologiche possono cambiare da un momento all’altro e avere conseguenze rilevanti.

Durante una competizione i corridori sono vulnerabili: stanchi, bagnati e poco lucidi. Se, in aggiunta, l’atleta è poco allenato fisicamente e tecnicamente al contesto montano il repentino cambiamento meteorologico, può avere conseguenze serie. Nel migliore dei casi si traducono in raffreddamenti, disidratazione e meri infortuni; altre volte, si può arrivare ad incidenti ben più gravi: dai principi di ipotermia ai casi di decesso.

Solitamente gli organizzatori di grandi eventi e che sanno fare il proprio lavoro, tengono in giusta considerazione la sicurezza degli atleti mettendo in sicurezza il percorso nei punti più critici, ridefinendo o annullando la gara quando necessario (vedi Tor de Giants e UTMB). Penso che il “semplice” disclaimercontenuto nei regolamenti delle manifestazioni, dove i partecipanti sollevano gli organizzatori della gara dalla responsabilità di eventuali accadimenti spiacevoli non basta.

Se da un lato si richiede ai trailer un livello minimo di allenamento e di preparazione per partecipare alle gare, penso che anche dalla parte degli organizzatori ci debba essere garanzia di serietà e competenza.

Il fatto di Gemona rimane un evento singolare e unico, dove l’organizzazione difficilmente avrebbe potuto fare qualcosa vista la circostanza, ma che dovrebbe far riflettere gli organizzatori “improvvisati” che continuano a lanciare gare in luoghi indiscutibilmente meritevoli ma che sicuramente necessiterebbero di maggiore studio anche in termini di sicurezza dei partecipanti. Penso che il trail running sia uno sport bellissimo, da condividere con gli altri anche in occasione delle gare.

Uno sport praticato da ognuno per il proprio benessere e che per nessun motivo deve trasformarsi in una minaccia per l’incolumità dei singoli, a maggior ragione alle gare, dove i concorrenti non dovrebbero pensare ad altro che a correre e divertirsi.

Le nostre passioni sono i motivi per i quali vale la pena vivere, non morire.

Se madre natura ha lanciato un campanello d’allarme, forse è il caso di ascoltarlo, farsi un esame di coscienza e ricominciare… a correre.

Articolo di  Francesco Trenti






venerdì 27 maggio 2016

LO STRESS OSSIDATIVO NELLE ULTRA MARATONE



L’aumentata permeabilità intestinale come causa scatenante dello stress ossidativo nelle Ultra Maratone.

Molto spesso parlando di nutrizione sportiva nelle gare di endurance ci si focalizza sull'alimentazione nella finestra di tempo prima e durante la performance, in una prospettiva di adeguato rifornimento energetico.
Se questo può forse essere sufficiente nella corsa su medie distanze, non colpisce il centro della problematica quando invece si tratta di maratone ed ultramaratone. In questa dimensione, un organo su tutti è alla base di un equilibrio delicato, sia biochimico che nervoso: l’intestino.
La funzionalità dell’intestino non dipende solo dalla velocità di assorbimento dei nutrienti, poiché esso rappresenta un organo cruciale sotto numerosi aspetti, tra cui quello della modulazione dello stato infiammatorio. La permeabilità della barriera intestinale in condizioni di salute è estremamente rigida nel determinare il passaggio di sostanze dal canale intestinale al sangue.
Uno sforzo prolungato per ore o giorni consecutivi, come nel caso di una gara a tappe, si traduce in un “invecchiamento temporaneo” della barriera intestinale, le cui maglie perdono la loro capacità di filtro dei nutrienti. Il risultato è un maggiore passaggio di allergeni e tossine nel torrente circolatorio, con conseguente aumento dello stato infiammatorio durante la gara e nei giorni successivi.
Proprio come succede a un setaccio vecchio e liso, allo stesso modo un intestino infiammato a causa di uno sforzo acuto non riesce più a distinguere tra sostanze desiderate e nocive, assorbendo entrambe le tipologie in maniera indiscriminata.
Lo stress ossidativo a carico dell’organismo a questo punto sale a picco e il danno non è più rimediabile perché la somministrazione di antiossidanti risolve solo una piccola parte della catena di eventi dannosi innescati.
La ricerca si sta indirizzando verso strategie che limitino a monte l’aumento di permeabilità della barriera e quindi lo stress conseguente (raffreddamento pre-gara del corpo, iper-idratazione, ottimizzazione del periodo di acclimatamento, training), anche per evitare che la ripetizione nel tempo di danni acuti per la partecipazione a più ultramaratone non sfoci nella condizione cronica nota come Leaky Gut Syndrome, letteralmente sindrome dell’intestino colabrodo.
Affrontare un’ultra in una situazione in cui la microflora intestinale non è in equilibrio o è anche solo parzialmente compromessa, rischia di sfociare in un danno acuto ancora più grave a carico della barriera intestinale. Le tecnologie oggi a disposizione ci permettono di analizzare lo stato della microflora, valutando l’equilibrio delle specie batteriche presenti (http://mymicrobiota.it/).
Nei mesi che precedono un’ultramaratona e nel periodo di avvicinamento, è  auspicabile integrare con probiotici e fermenti lattici: questo non solo in una dimensione preventiva dei meccanismi descritti precedentemente, ma anche in un’ottica di maggior efficienza energetica degli integratori assunti durante la gara.
Aspetto comune degli sport di endurance, e caratterizzano molto di più il running rispetto ad altre tipologie di sport. Inoltre compaiono molto più frequentemente in uno stato di disidratazione rispetto alla normo-idratazione.
In uno studio sui partecipanti a un triathlon, il 93% ha riportato problemi alla parte superiore del tratto digerente (nausea, vomito, eruttazione, gonfiore), mentre il 60% dei partecipanti di una 100 miglia ha dichiarato problemi sia al tratto superiore (nausea in primis)  sia inferiore (crampi e diarrea).
Nelle gare a tappe l’insorgenza dei problemi gastrointestinali statisticamente colpisce gli atleti soprattutto nei primi 1-2 giorni, in una sorta di processo di adattamento dell’organismo alle difficoltà della gara. Alimentazione e idratazione vanno in questi termini di pari passo, poiché una disidratazione parziale predispone all'insorgenza di nausea e vomito, e pregiudica la capacità di assumere gel e integratori.
È quindi opportuno integrare acqua, sali e carboidrati in maniera estremamente frequente e regolare, cercando di non superare un quantitativo di carboidrati superiore ai 60 g. ogni ora di gara (che corrisponde al limite di assorbimento medio del nostro intestino); dosi superiori a questa soglia possono facilitare l’insorgenza di sintomi gastrointestinali.
L'iponatremia da attività fisica è la condizione in cui i livelli di sodio nel sangue sono inferiori a 3,1 g/L durante la competizione o nelle 24 h successive. Sintomi iniziali molto generici, come nausea, vomito e mal di testa, sono riscontrati in oltre un quinto degli atleti ultra americani. Il peggioramento della condizione acuta, abbastanza raro, può sfociare in danni gravi al sistema nervoso centrale ed essere causa di coma o morte per edema cerebrale.
Seppur trascurata, è la causa a cui è stata ricondotta la morte di 6 atleti negli ultimi anni tra USA e Gran Bretagna.
L’eccessiva diluizione del sodio (componente del comune sale da cucina) nel sangue durante uno sforzo fisico prolungato rappresenta una minaccia per chi utilizza semplice acqua per la reidratazione.
Infatti durante un'ultramaratona le perdite non riguardano esclusivamente liquidi ma anche una massiccia componente salina, che va reintegrata progressivamente. La diluizione dei fluidi corporei non compensata può infatti ripercuotersi sulla funzionalità del sistema nervoso centrale e originare l'iponatremia.
Assolutamente sconsigliate, non solo in questi casi ma in tutto il periodo di allenamento dell’atleta, sono le acque iposodiche e ipomineralizzate. Il trattamento dell’iponatremia acuta è rappresentato dall’assunzione di soluzioni ipertoniche, spesso in grado di risolvere i sintomi di confusione mentale e nausea nel giro di 30 minuti. Nei casi più gravi la somministrazione avviene attraverso infusione endovenosa di soluzione isotonica.

Enrico Ponta
Biologo Nutrizionista  Evidence-based sport nutrition https://dottorponta.it






martedì 24 maggio 2016

minitrail di Este (Pd) - domenica 29 maggio -

ciao a tutti, 
dopo la splendida giornata di ieri al minitrail di Feriole con 139 bambini di corsa in mezzo a mille papaveri rossi, andiamo subito ad annunciare il prossimo - imminente - appuntamento:




domenica 29 maggio, Este (Pd)
per bambini da 0 ai 12 anni, ma anche over 12 anni

percorso unico di 2,2 km circa (facile ma con presenza di gradini, sconsigliato ai passeggini guidati da solo 1 genitore!)

iscrizioni online: 

Ritrovo alle ore 9-9.30 (la partenza è alle 10 in punto) presso i giardini pubblici del castello.
In contemporanea si svolgerà anche la manifestazione podistica per gli adulti per cui ci saranno parecchie macchine parcheggiate, ci vorrà un po' di pazienza e qualche minuto di anticipo.
La marcia parte e arriva in piazza, il minitrail invece ha base dentro ai giardini del castello.
Vi aspettiamo numerosi e... passaparola.


Matteo e lo Staff miniTrail

PS
Se c'è qualche genitore libero per dare una mano durante lo svolgimento del minitrail e un po' prima e un po' dopo, può comunicare la disponibilità via mail, grazie!

lunedì 23 maggio 2016

GRAN RAID DELLE PREALPI TREVIGIANE 21maggio 2016



Cazzo che levataccia….. sveglia alle 02.35, a quest’ora del mattino anche i 5’ fanno la differenza, l’appuntamento con Massi è prestissimo, abbiamo la navetta per il trasferimento dal Lago Morto sul Fadalto a Segusino alle 5 del mattino. Ma adesso che è sceso il livello di adrenalina mixata alle endorfine, con il senno di poi, è possibile alzarsi alle due e mezza di notte per andare a correre…… o meglio sderenarsi in montagna per 70 Km e svariate migliaia di metri di dislivello e arrivare a fine giornata fatto come un “caco”, tornare a casa dolorante e infilarsi a letto dritto senza neanche la forza di alzare le lenzuola!!!
Sembra proprio di si!!!
Bando alle minchiate…. Oggi siamo solo in due, io e Massimiliano Tebaldi, pronti ad affrontare il Gran Raid delle Prealpi Trevigiane. Alberto, l’atro amico componente il solito terzetto lo abbiamo lasciato andare, perché saggiamente ha scelto di fare la stessa gara ma in versione short, quindi con partenza da turisti alle nove della mattina… Lui non lo sa ancora, ma questo suo “tradimento” gli costerà almeno due allenamenti di notte con minimo 5000 metri di dislivello!!!
La giornata oggi è fantastica, dopo giorni di maltempo e temperature che di estivo avevano veramente poco, finalmente il cielo limpidissimo e la temperatura sembra buona, per adesso….
In piazza a Segusino non siamo moltissimi, forse perché in tanti hanno scelto il percorso corto o forse perché l’offerta del calendario gare nei fine settimana è fittissima e quelli che corrono gli ultratrail ormai sono sempre gli stessi…. Comunque, “come se dise a Venessia”… pochi ma boni!!!
Si parte puntualissimi alle 7, si gira un po’ in torno al centro del paese correndo sul bitume ma in breve usciamo è iniziamo a salire…. Da qua in poi sarà un continuo saliscendi sulle creste delle montagne del Trevigiano, spartiacque tra la pianura e le montagne con la M Maiscola le nostre splendide Dolomiti.
Cerco come al solito di prendere il mio ritmo… ho le gambe un po’ imballate, forse non sono riuscito ancora a recuperare del tutto i Tre Castelli di domenica scorsa, però resisto e mi autoconvinco che sicuramente con il passare del tempo i muscoli inizieranno a sciogliersi e andrà meglio.
La caratteristica di questa gara è quella di alternare salite veramente ripide a tratti molto corribili su strada forestale anche di parecchi chilometri….. oggi ho deciso di fare il primo test di inizio stagione per verificare il livello di allenamento, l’unico obiettivo di quest’anno è il Kima a fine agosto, gara che mi impensierisce non poco soprattutto per la rigorosità dei cancelli orari che sono veramente stretti.
Ormai con Massi ci siamo persi di vista, ogn’uno tiene il suo passo, siamo abituati ad andare assorti nella nostra gara… tengo la testa bassa la salita per arrivare alla prima cima, il Monte Zogo, è veramente lunga però una volta in cima lo spettacolo che si apre è FAVOLOSO!!!
Mi fermo per un attimo a guardare le cime che si vedono in distanza… Pelmo, Sorapiss, Marmolada, Antelao, Cima D’Asta, tutte le cime dell’Alpago…. da togliere il fiato!!!
Intravedo in distanza anche le antenne del Col Visentin…. con le creste delle Prealpi Trevigiane che, come una linea immaginaria disegnata sul terreno, congiungono la sua cima con il punto in cui mi trovo…..
Da qua in poi inizia la danza…. discesa, salita, discesa, salita, un moto continuo interrotto ogni tanto da qualche bel tratto di forestale in leggero saliscendi che ti permette di sciogliere un po’ le gambe.
Arrivo al Passo Praderadego, adesso parte una delle tre salite veramente simpatiche di questa gara… la salita del Col dei Moi, non è lunghissima ma la pendenza è veramente impegnativa… intanto il sole ha iniziato a scaldare l’aria, non fa particolarmente caldo perché tira sempre un leggero venticello che rinfresca, però di sicuro sti sbalzi di temperatura che ti portano, in un paio di giorni, ad avere variazioni anche di 15 gradi faranno sicuramente pagare pegno prima della fine.
Via, andato anche il Col dei Moi, un’altra breve erta e poi giù al Passo San Boldo dove praticamente c’è una festa…. un sacco di gente che applaude e incita i concorrenti che arrivano… qui infatti è previsto il cambio per chi fa la staffetta.
Riparto dal ristoro quasi subito, adesso altra botta sui denti, la salitella per il Monte Cimone, me la ricordo ancora dal 2014, il primo tratto in bosco ripido, veramente ripido, le gambe sono ancora imballate dalla discesa…. Cerco di prendere il ritmo, che però non vuole farsi prendere è sempre due passi avanti a me…. Sono rimasto solo, non siamo tanti in gara e ci siamo frazionati parecchio, passeranno parecchi chilometri prima di vedermi dietro una gentil donzella che sale come un caccia!!! È la prima donna delle staffette… quando mi raggiunge cerco di stimolarmi un po’ e mi metto dietro, ma cacchio devo lasciarla andare dopo poco perché o schiatto sul sentiero o rallento….. era veramente veloce.
Ormai ci siamo, ancora un breve tratto di saliscendi e poi giù per quella maledetta sterrata che porta all’ultima salita…. Il Gran Premio della Montagna… il Col Visentin, ultimi 700 metri di dislivello in salita per poi spararsi giù all’arrivo… spararsi è una parola grossa viste le condizioni in cui mi trovo.
Comunque non sono venuto fin qua per smacchiare i giaguari e parto baldanzoso. Il primo tratto è nel bosco e tutto sommato riesco a salire bene, senza grossa fatica, ma il bello deve ancora venire… appena esco dal bosco e vedo cosa mi aspetta devo essere sincero ho perso tutta la mia baldanza!!!
Salita interminabile, ripida, tutta al sole, mai un tratto dove riprendere fiato, quelle antenne la in fondo che sembra si allontanino sempre di più… ad un tratto una scena da documentario di National Geographics, un capriolo o meglio una “capriola” passa a manetta facendo balzi di qualche metro tagliandomi di netto la strada una scena mai vista dal vivo, una scena che mi fa riprendere un po’ di brio per chiudere questa agonia e arrivare al ristoro del 60°.
Fatta….. finita sta salita micidiale…. finisco anche sta storia altrimenti la “tre cani” mi fa una pippa!!! Meglio anche non mettere nero su bianco le svariate tipologie di imprecazioni che ho estratto dal cilindro durante la discesa, però bene o male sono arrivato al lago, sono arrivato all’arrivo, ho tagliato il traguardo praticamente sderenato…. Ho sofferto non poco questa gara che però ci tenevo a finire… dopo poco io e Massi siamo seduti con una bella birra gelata in mano… e cosa vuoi di più dalla vita….. ma, chissà forse la DXT 103 fra tre settimane!!!!
To be continued… alla prossima.


Marini Massimo